Valentina vuole

In scena al Teatro Mongiovino il 7 aprile alle 16.30

Disponibile per le scuole l’8 aprile alle ore 10.30

Progetto g.g. / Accademia Perduta Romagna Teatri presentano

VALENTINA VUOLE

piccola narrazione per attrici e pupazzi

con Consuelo Ghiretti e Francesca Grisenti
pupazzi Ilaria Commisso
scene e luci Donatello Galloni
decorazioni Emanuela Savi
coproduzione Associazione Ca’ Rossa
distribuzione Linda Eroli

Lo spettacolo
Questa è la storia semplice di una bambina. Che è anche una principessa. Lei ha tutto. Vive in un posto sicuro, dove non manca niente. Ma è sempre arrabbiata e urla, urla sempre, perché tutto vuole sempre di più. Valentina Vuole. Forse le manca qualcosa. Ma cosa non sa. E i grandi? Sembrano non capire. A volte la cosa più importante è anche la più difficile da vedere e da trovare. E per farlo Valentina dovrà cercare nel mondo, perché è lì che bisogna andare per diventare grandi.
VALENTINA VUOLE è favola di desideri e sogni. Vizi, capricci e regole. E del coraggio che i piccoli e i loro grandi devono avere per poter crescere. Una storia di gabbie che non servono a niente, di frulli di vento e di libertà.

Lo spettacolo della durata di 50 minuti è rivolto ai bambini dai 3 agli 8 anni e alle loro famiglie.

La ricerca
VALENTINA VUOLE nasce da un progetto di ricerca teatrale che ha voluto indagare il tema delle regole e della libertà. Il progetto ha portato alla realizzazione di laboratori teatrali rivolti ai bambini dai 3 agli 8 anni, che ci hanno permesso di guardare al mondo delle regole e al delicato rapporto tra grandi e piccoli attorno al senso di libertà. Abbiamo ascoltato quello che i bambini hanno da dire, abbiamo guardato il loro punto di vista, ricercando nel loro immaginario le tante soluzioni possibili. E come sempre lo sguardo attento dei bambini ci ha suggerito risposte. Il progetto ci ha condotto a lavorare con le mamme e i papà, attraverso un percorso laboratoriale che ha permesso di indagare, all’interno del mondo genitoriale, i temi affrontati con i bambini. Tutti i materiali raccolti ci hanno portato alla messa in forma dello spettacolo: una favola di grandi e di piccoli. Di paura e di coraggio. Dell’importanza dell’ascoltare e del guardare davvero negli occhi. Una favola di quello che i bambini ci hanno raccontato a proposito della libertà.

I pupazzi e la scena
Per realizzare questo spettacolo abbiamo collaborato con artisti e artigiani che, attraverso le loro mani fidate ed esperte, hanno fatto prendere vita e forma alle nostre parole e ai nostri significati. Alla nostra storia.
Il lavoro drammaturgico si è sviluppato di pari passo con il lavoro di costruzione dei pupazzi e delle scene. Abbiamo raccontato a Ilaria Commisso e Donatello Galloni, quello che volevamo dire. Abbiamo raccontato la storia di Valentina e dell’Uccello Che Parla. Abbiamo restituito loro le parole dei bambini attorno alla libertà. Le nostre mani, si sono impastate con le loro. Il lavoro attoriale è avanzato al fianco della costruzione dei pupazzi e delle scene. Ilaria è la mamma dei nostri pupazzi. Donatello lo scultore della nostra scena. Nella ricerca estetica, nelle scene, i costumi, i materiali, abbiamo attinto dal Giappone e ricercato nell’oriente forme e suoni. La scena riproduce l’interno di una casa, che forse è anche una gabbia e forse è anche “una voliera così grande che ci si può abitare dentro”.
Le gabbiette di legno, le abbiamo trovate ad Honk Kong, all’interno del Yuen Po Street Bird Garden, un giardino pieno di piccole gabbie in cui gli uomini del posto passano il tempo a sistemare gli uccelli in gabbia, “uccelli di ogni forma e dimensione, di ogni tipo. Uno per ogni gabbia”.
I pupazzi sono i preziosi protagonisti di questa storia, “capaci di guardarsi davvero negli occhi”, disegnati e costruiti a partire dai disegni dei bambini e da quello che i bambini ci hanno raccontato e ci hanno fatto vedere a proposito dei protagonisti della nostra storia.

Le attrici sono narratrici, presenze adulte, esecutrici al servizio della storia. Sono La Mamma, personaggio contraltare di Valentina, figura di contrapposizione e di scontro, dalla quale bisognerà separarsi, per andare in giro per mondo e per iniziare il proprio viaggio. Un viaggio che farà crescere Valentina e anche la sua mamma, attraverso il coraggio di andare, rompere le gabbie e imparare la libertà.

Note di regia.
La libertà
“Si è liberi quando si fanno le cose piccole. E quando si fanno le cose da soli.”
Volevamo raccontare una storia di libertà. E abbiamo chiesto ai bambini come potevamo fare. Abbiamo chiesto ai piccoli quando sono liberi, e quando non lo sono. E soprattutto che cosa è la libertà. Gli abbiamo chiesto di farcela vedere. La loro libertà è nel rapporto con i loro grandi. Così abbiamo guardato a quel rapporto. Abbiamo chiesto alle mamme e ai papà quali sono le più grandi paure; abbiamo giocato alla mamma cattiva e ai bambini cattivi. Con i grandi e con i piccoli. Abbiamo lavorato sui gesti e il corpo dei cattivi. Abbiamo lavorato sulla rabbia, e sul volere così tanto una cosa fino a non poterne più. Abbiamo lavorato sulla libertà e sulla non libertà. Sul “volere così tanto una cosa da scappare, per andare a prenderla da soli”. Sui segreti da non dire. Abbiamo lavorato sui bravi bambini, sui NO e sui SI incondizionati “che non servono a niente”. Abbiamo lavorato sui sogni. Ogni bambino ci ha permesso di conoscere qualcosa in più di Valentina e della sua Mamma, di ritagliare e affinare il loro carattere, il loro modo di stare, di parlare, di muoversi. Durante le prove, abbiamo lavorato il personaggio della mamma a partire dalla protagonista de Lo Strappacuore di Boris Vian: la mamma Clementina. Una figura che ci ha guidate fin dall’inizio della ricerca. Abbiamo ritrovato Clementina nelle parole dei bambini e dei loro genitori. Nelle paure,nelle punizioni, nel tentativo di fare il meglio che si può per essere una brava mamma. Nel romanzo di Vian, Clementina ama così tanto i suoi bambini che per proteggerli dal mondo finisce per chiuderli in una gabbia. Li ama così tanto che pensa “bisognerebbe tenerli dentro un possente forziere, come si conservano sempre i gioielli di gran prezzo. Per loro sono necessari degli scrigni di forza illimitata, indistruttibili e duri come le ossa del tempo”. Non a caso i bambini di cui ci parla Vian nel suo romanzo, hanno un dono speciale: “possono saper volare”. Ma passano il tempo a “giocare di far finta di non saper volare” perché qualcuno ha detto loro che è pericoloso, che non si deve fare e insieme perché aspettano “di saper volare proprio bene bene per fare una bella sorpresa alla loro mamma”.
In fase di ricerca e nella costruzione dello spettacolo, abbiamo scelto di non parlare solo delle mamme, ma anche di tutte quelle figure esecutrici, alle quali spesso viene chiesto di sostituirsi ai genitori. Nello spettacolo, compaiono due personaggi, ritagliati attorno alla figura degli adulti esecutori: arrivano per risolvere un problema, ma come tutti i facili risolutori, sostitutori della genitorialità, si rompono e si inceppano. Durante i laboratori spesso le mamme ci dicono le loro preoccupazioni, ci chiedono aiuto, ci dicono che non sanno come fare: ci raccontano di quelle altre brave mamme che hanno figli perfetti, che non hanno dubbi, insicurezze e problemi. Di contro a questo non saper come e cosa fare, spesso i bambini ci raccontano e ci fanno vedere la loro solitudine. Ci siamo interrogate. Abbiamo voluto ascoltare Umberto Galimberti dire che “in questa ricerca di perfezione, in questo tempo frenetico, alla rincorsa dell’ideale della velocità e dell’efficienza, in questa Età della Tecne, nessuno si preoccupa di ascoltare davvero i bambini. Di guardarli davvero negli occhi”. Lo abbiamo ascoltato dire che oggi sempre di più, c’è bisogno di ascolto, di fermarsi a guardare davvero negli occhi. Lo stesso ci hanno detto i bambini: “Se guardi negli occhi un bambino puoi capire se è felice o no. Se piange o no. Se è triste o solo. Se ride o se è arrabbiato. Se guardi negli occhi un bambino puoi capire i suoi sogni” – Filippo e Eleonora, 6 anni. Per questo abbiamo scelto di dare vita a una piccola narrazione. Di raccontare la storia di una bambina messa in gabbia per essere protetta, e di una mamma che non sa cosa fare. Non abbiamo soluzioni e risposte. Abbiamo una visione, che è in questa storia che vogliamo raccontare.
Fin dall’inizio della ricerca stormo, ali, vento, gabbie, sono state parole che continuamente hanno risuonato. Ancor di più quando ci siamo ritrovate tra le mani la storia de La Voliera D’Oro di Anna Castagnoli. Abbiamo raccontato la storia ai bambini, chiesto dell’Uccello Che Parla e delle gabbie di Valentina. E ancora una volta i bambini ci hanno spiegato: “La gabbia ci stringe e ci costringe, anche se è una gabbia piena d’amore, d’oro e d’argento” – Cecilia, 8 anni. Proprio come la bella gabbietta calda e piena d’amore di cui ci scrive Vian. Ricercando attorno a queste parole, abbiamo scelto una filastrocca di Bruno Tognolini, che nello spettacolo risuonasse come una ninna nanna, l’eredità magica capace di aprire Valentina al viaggio iniziatico.
“E’ tra le sbarre l’uccello in gabbia/ Come tra i denti le zitte parole/ E tra le dita la fredda sabbia/ E tra le nuvole lo spento sole/ Apri le dita, apri la bocca/ Apri la gabbia, frullo di vento/ Aria leggera il viso ti tocca/ Vola l’uccello, d’oro e d’argento/ Rompe col becco le nuvole a velo/ E un sole caldo appare nel cielo.”

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